TURANDOT | Arena di Verona
©Fondazione Arena di Verona
Nel centenario di Turandot, l’Arena di Verona celebra Puccini con la sontuosa visione di Franco Zeffirelli: una produzione monumentale, sospesa tra fiaba, spettacolo e potenza visiva, dove le voci di Anna Pirozzi, Yusif Eyvazov, Maria Agresta e Michele Pertusi danno corpo a un dramma di gelo, passione e sacrificio.
Giacomo Puccini’s Turandot blows out a hundred candles. It’s time to celebrate its first century of life with the fairytale setting born from the imagination of Franco Zeffirelli: a record-breaking Arena production, with costumes created by the Oscar-winning designer, Emi Wada.
Franco Zeffirelli production: un allestimento simbolo del repertorio areniano
La Turandot di Franco Zeffirelli per l’Arena di Verona, debuttata nel 2010 e riproposta diverse volte nelle stagioni successive, trasforma la Pechino fiabesca di Puccini in uno spettacolo di straordinario impatto visivo che sfrutta alla perfezione le dimensioni monumentali dell’anfiteatro.
Una favola grandiosa e spettacolare
Zeffirelli ricrea una Cina fatta di scenografie monumentali, scalinate, torri, palazzi imperiali, colori accesi e una folla incessante che anima la scena. Centinaia di figuranti, ballerini, funamboli riempiono il palcoscenico creando un effetto di stupore e movimento continuo, perfettamente calibrato per gli spazi dell’Arena. I costumi di Emi Wada, premio Oscar per il cinema, contribuiscono a creare un universo visivo ricchissimo e sontuoso con netti contrasti tra il popolo di Pechino in tonalità scure e il mondo della Principessa di ghiaccio dorato e luminoso.
Tra i maggiori meriti della regia spicca la capacità di fare del popolo di Pechino un vero personaggio dell’azione. La folla non assiste passivamente agli eventi, ma ne accompagna e amplifica ogni svolta drammatica, assumendo ora un volto feroce e sanguinario, ora festoso e partecipativo. In questo continuo mutare di atteggiamenti risiede una delle chiavi di lettura più efficaci dello spettacolo, che restituisce con forza il clima di tensione e di attesa che attraversa l’intera opera.
Lo stile Zeffirelli: discusso, ma ancora vincente
Mi trovo, da grande estimatrice dello stile di Zeffirelli, dalla parte di chi considera questa produzione un esempio magistrale di teatro spettacolare, capace di catturare anche il pubblico meno abituale dell’opera grazie alla sua forza visionaria e narrativa. In questa lettura, la regia racconta la fiaba con chiarezza, eleganza e senso del meraviglioso, senza forzature concettuali. Il suo gusto per la monumentalità e l’abbondanza scenica non va mai a discapito dell’intensità drammatica né della tensione musicale della partitura pucciniana.

Definirei questa Turandot una delle grandi manifestazioni del teatro d’opera: non un allestimento di scavo psicologico o di reinterpretazione moderna, ma una celebrazione dell’opera come evento visivo totale. Chi ama il teatro di regia contemporaneo potrebbe trovarla tradizionale; chi cerca la magia, il colore e il senso del meraviglioso che hanno reso celebre Zeffirelli nel mondo, vi troverà invece uno dei suoi lavori più compiuti e più adatti al contesto areniano. In definitiva, l’allestimento trasforma l’opera in una vera esperienza immersiva, cinematografica, (come sempre è il caso quando si tratta di Zeffirelli), in cui l’impatto visivo non sovrasta la partitura pucciniana, ma ne amplifica la dimensione epica e teatrale.
Anna Pirozzi, una Turandot di riferimento
Nell’imponente cornice dell’Arena di Verona, Anna Pirozzi conferma di essere una delle interpreti più autorevoli del ruolo di Turandot. La voce, ampia e potentemente proiettata, possiede tutte le qualità necessarie per dominare gli enormi spazi dell’anfiteatro veronese e imporsi sulla poderosa massa orchestrale. Ma l’aspetto più interessante della sua interpretazione non risiede soltanto nella forza vocale. Ciò che distingue la sua Principessa di gelo è la capacità di modellare il personaggio attraverso un fraseggio ricco di sfumature e una consapevolezza drammatica rara.
Fin dall’aria “In questa reggia”, Pirozzi impone una presenza scenica regale e imperiosa. Gli acuti sono saldi, luminosi e sicuri, l’emissione rimane sempre controllata anche nei passaggi più esposti, mentre il timbro conserva una compattezza che conferisce autorità al personaggio. Tuttavia, la cantante evita di ridurre Turandot a una figura monolitica e aggressiva: dietro la crudeltà della principessa lascia emergere gradualmente fragilità, turbamento e umanità.
[…] la cantante evita di ridurre Turandot a una figura monolitica e aggressiva: dietro la crudeltà della principessa lascia emergere gradualmente fragilità, turbamento e umanità.
Particolarmente riuscita è la scena degli enigmi, in cui si possono apprezzare pienamente le qualità vocali del soprano grazie agli accompagnamenti orchestrali scelti da Puccini, costruiti su silenzi e orchestrazioni leggere, in contrasto con le risposte di Calaf, sostenute da fortissimi ed esplosioni a pieno organico.
La scena è affrontata non come una semplice prova di forza vocale, ma come il momento culminante di una donna che ha trasformato il trauma e la paura in un’armatura emotiva. Si trovano nella voce della Pirozzi accenti più morbidi e velati, mentre il progressivo cedimento alla passione per Calaf è reso con intelligenza teatrale, senza brusche cesure psicologiche.
Coraggiosa, intensa e sfaccettata, la principessa di Anna Pirozzi appare regale e vulnerabile, terribile e umana. Una lettura che dimostra come questa artista sia oggi tra i massimi punti di riferimento internazionali per questo ruolo pucciniano.
Per me, l’aspetto più interessante della Turandot di Pirozzi è il colore del timbro: una voce d’acciaio negli slanci drammatici, ma capace di ammorbidirsi in mezze tinte inaspettate, dando un certo rilievo sonoro e psicologico al personaggio.
Yusif Eyvazov, un Calaf di forza e temperamento all’Arena di Verona
Nel vasto spazio dell’Arena di Verona, dove la voce deve possedere non soltanto bellezza ma anche autentica capacità di proiezione, Yusif Eyvazov affronta Calaf con le qualità che da anni caratterizzano il suo percorso artistico: volume generoso, slancio eroico e una presenza scenica naturalmente autorevole. Nella monumentale Turandot di Franco Zeffirelli, il tenore azero riesce a imporsi con facilità sulla grandiosità dell’allestimento, incarnando un principe ignoto determinato e risoluto.
La sua interpretazione punta soprattutto sull’aspetto eroico del personaggio. Il timbro, di natura robusta, si presta efficacemente alle frasi di sfida rivolte a Turandot, mentre gli acuti risultano sicuri e sempre udibili anche nell’immensità dell’anfiteatro veronese. Eyvazov costruisce così un Calaf impetuoso, dominato dalla forza della volontà più che dal raffinato abbandono lirico.

Proprio la celebre “Nessun dorma” rappresenta il momento più atteso della sua prova. Qui il cantante privilegia una lettura ardente, facendo leva sullo squillo della voce e sull’intensità dell’accento. L’effetto sul pubblico è immediato e coinvolgente, confermando la naturale affinità di Eyvazov con i grandi spazi all’aperto e con il repertorio tenorile di carattere eroico.
Eyvazov offre un ritratto di Calaf autenticamente areniano, costruito sulla potenza del mezzo vocale, sulla generosità dell’emissione e sulla capacità di comunicare immediatamente con migliaia di spettatori. Il suo è un Calaf solido e trascinante, capace di esaltare la dimensione epica del capolavoro pucciniano.
La Liù di Maria Agresta, la voce dell’umanità nella Turandot areniana
Nella Turandot dell’Arena di Verona, il personaggio trova nell’artista campana un’interprete di particolare sensibilità, capace di porre al centro non tanto il sacrificio eroico quanto la profonda umanità della giovane schiava.
Maria Agresta riesce nell’impresa non facile di attirare l’attenzione attraverso la sola forza dell’espressione musicale. La sua Liù non si impone con il volume, ma conquista attraverso il colore della voce, la qualità del fraseggio e un’autenticità emotiva rara.
Il timbro, naturalmente caldo e vellutato, possiede quella morbidezza che rende immediatamente credibile la tenerezza del personaggio. Fin dalle prime battute di “Signore, ascolta!”, Agresta costruisce una linea di canto levigata e nobile, sostenuta da un legato e da una cura della parola esemplari.
I pianissimi si espandono con naturalezza senza perdere consistenza. È una vocalità che commuove perché non cerca deliberatamente di commuovere.
Sempre nell’aria “Signore, ascolta!”, Agresta privilegia un finale più incisivo, rinunciando al pianissimo filato con cui molte interpreti della giovane schiava concludono tradizionalmente la pagina. L’esclamazione finale su “Ah, pietà!” irrompe con la forza di una voce di petto, scolpita nel suono e nell’accento, rompendo con la consuetudine di un finale cantato “sul fiato”, sospeso e vibrante. Una scelta interpretativa, attraverso la quale Agresta sembra già allontanarsi dall’immagine della Liù dolce e innocente, lasciando intravedere la figura più tragica dell’atto III: una donna che arriverà al sacrificio come ultimo gesto di disperazione e amore.
I pianissimi si espandono con naturalezza senza perdere consistenza. È una vocalità che commuove perché non cerca deliberatamente di commuovere.
Nel terzo atto, con “Tu che di gel sei cinta”, la cantante raggiunge probabilmente il vertice della sua interpretazione. La purezza dell’emissione, l’intensità del fraseggio e la capacità di sospendere il tempo rendono il sacrificio di Liù il vero cuore emotivo dell’opera. In quel momento il fasto della reggia di Turandot e l’eroismo di Calaf passano quasi in secondo piano: resta soltanto la voce, fragile e luminosa, di una donna che ama senza chiedere nulla in cambio.
Dal punto di vista teatrale, Agresta evita qualsiasi eccesso melodrammatico. La sua Liù è dignitosa, composta, quasi aristocratica nel dolore. Questa scelta interpretativa conferisce al personaggio una statura morale ancora più forte e accentua il contrasto con la freddezza di Turandot.
Maria Agresta offre una Liù di grande classe, costruita più sulla raffinatezza musicale che sull’effetto immediato. In una Turandot dominata dallo spettacolo visivo, la sua voce rappresenta il momento di autentica poesia e di intima commozione.
Michele Pertusi come Timur: nobiltà del canto e umanità del personaggio
Nel ruolo di Timur, Michele Pertusi offre una delle interpretazioni che ricordano come i personaggi secondari di Turandot possano assumere una statura autenticamente tragica quando sono affidati a un grande artista. La sua presenza scenica, lontana da qualsiasi enfasi declamatoria, si distingue per autorevolezza, misura e profonda umanità.
La linea vocale mantiene quella nobiltà e quella solidità tecnica che da anni costituiscono il marchio distintivo del basso parmense, permettendogli di conferire al personaggio una straordinaria dignità morale.
La voce conserva ampiezza, omogeneità e un timbro scuro di rara eleganza. Particolarmente toccante risulta il rapporto con Liù. Nelle scene che seguono il sacrificio della giovane schiava, Pertusi riesce a trasformare il lamento del vecchio re in uno dei momenti emotivamente più intensi dell’opera.
La direzione di Francesco Ivan Ciampa: eleganza ed equilibrio più che ferocia
Come alcuni DJ nelle migliori discoteche di Ibiza, possiamo definire il Maestro Ciampa un “resident” dell’Arena di Verona. I numerosi spettacoli diretti in questo spazio monumentale e l’esperienza maturata negli anni gli conferiscono una padronanza eccellente della macchina teatrale areniana. Una direzione molto curata e professionale, ricca di equilibrio timbrico e un buon accompagnamento delle voci.
La tavolozza orchestrale appare raffinata e curata; tuttavia, poiché Turandot vive anche di contrasti violenti, asperità timbriche e sonorità percussive quasi brutali, la direzione avrebbe potuto osare maggiormente nelle zone più spigolose della partitura, accentuandone i colori metallici e l’asprezza espressionista.
